Domus Magna 2.0

A Palermo, un luogo storico-iconico quale Palazzo Butera si apre al pubblico con l’obiettivo di diventare un nuovo epicentro di arte e cultura. È la sfida di Francesca e Massimo Valsecchi, che hanno trasformato la dimora in una generosa casa-museo-laboratorio per la città

 

Coordinamento generale Marco Giammona – Progetto architettonico e museografico Giovanni Cappelletti – Direzione lavori Giovanni Cappelletti, Marco Giammona, Tomaso Garigliano

Collaboratori Dario De Benedictis, Salvatore Pagnotta con Alexia Messina, Amalia Randazzo

Progetto strutturale Alessandra Giammona, Marco Giammona, Dino Spitalieri – Progetto impiantistico Giuseppe di Natale (collaboratore Giampiero Urone) – Lavori edili ATI Gangi Impianti s.r.l./Emmecci s.r.l. – Responsabile tecnico Santino Patti – direttore tecnico Roberto Ciralli

Responsabile dei restauri Vittoria Maniscalco – Capo cantiere Gaetano Alaimo – Coordinatore della sicurezza Giuseppe Angilello

 

Foto di Alberto Ferrero – Testo di Antonella Boisi

 

“La mia speranza è che il palazzo possa diventare una nuova porta sul mare per il centro storico di Palermo, perché arte, storia e cultura potrebbero diventare una nuova fonte di vita per la città”, ha dichiarato Massimo Valsecchi, collezionista, mecenate e deus ex machina del progetto di risanamento e trasformazione di Palazzo Butera.

Il palazzo, ubicato nel cuore dell’antico quartiere della Kalsa, viene realizzato a partire dal 1692 su progetto di Giacomo Amato ed è una delle dimore più affascinanti di tutta la Sicilia per l’imponenza dell’impianto barocco e per la magnificenza degli apparati decorativi.

Massimo Valsecchi lo ha acquistato insieme alla moglie Francesca Frua De Angeli nel 2015. Il palazzo – a oggi ancora un cantiere – si apre parzialmente al pubblico nella sua nuova identità di spazio museale in concomitanza di Manifesta 12 Palermo (la biennale itinerante di arte contemporanea dal 16 giugno al 4 novembre 2018), ma vivrà ben oltre queste date con un impegno concreto e articolato in più fasi che avrà una continuità nel futuro.

Ce lo spiega Giovanni Cappelletti che ha curato il progetto architettonico/museografico di riqualificazione e restauro del palazzo; con l’ingegnere Marco Giammona per il coordinamento generale e il progetto strutturale. Cappelletti, una ventennale esperienza in ambito museografico maturata negli anni in cui lavorava come responsabile di progetto nello studio di Mario Bellini, ha al suo attivo anche due collaborazioni a Milano con Massimo Valsecchi, per la mostra di Christopher Dresser alla Triennale (2001) e per la mostra Il Tesoro della Statale alla Rotonda della Besana (2004). Una amicizia di lungo corso che è stata preludio della grande avventura.

Architetto Cappelletti, innanzitutto, perché, secondo lei, dopo anni di base a Londra, i Valsecchi hanno scelto proprio Palermo per questa ‘opera virtuosa’ che si spera possa avere molti altri emuli?
“Penso che, in un momento in cui si stavano configurando grandi criticità geo-politiche (dalla Brexit al dramma dei flussi migratori, per intenderci) abbiano percepito le grandi potenzialità di Palermo, città capitale di un’isola – la Sicilia – che, posta nel mezzo del Mediterraneo, è da sempre stata un luogo dove l’accoglienza e l’integrazione di popoli e culture diverse hanno rappresentato dei valori fondativi della propria identità.
Oggi, ancor più che nel passato, questa centralità geografica pone la Sicilia – e Palermo di conseguenza – nella condizione di poter svolgere il ruolo di essere IL luogo da cui iniziare a ripensare l’identità europea a partire da valori di solidarietà e integrazione, fondandola inoltre sulla riscoperta di una base culturale comune a tutte le genti del mediterraneo che origini un nuovo e condiviso umanesimo.
Questa base comune può essere fornita dall’arte, dalla sua capacità di posare uno sguardo trasversale sui fenomeni, di parlare direttamente alle singole sensibilità bypassando i filtri e le riserve che ognuno di noi istintivamente frappone alla comprensione delle esperienze “altre” rispetto alla propria. Ecco, per Francesca e Massimo Valsecchi l’arte possiede un profondo valore educativo e di condivisione, in grado di travalicare settorialismi e ristretti recinti di sapere.
L’arte ha per loro la fondamentale funzione di favorire la trasmissibilità del sapere e della conoscenza proprio attraverso un differente intreccio di saperi, conoscenze ed esperienze. Questo sguardo trasversale trova un adeguato livello di espressione nella loro collezione di oggetti d’arte. Attraverso l’accostamento di oggetti d’arte sempre di alta qualità ma di epoche e stili diversi, si può infatti stimolare la formazione di una visuale capace di abbracciare e integrare tra loro le differenze culturali. Da qui si comprende anche la necessità di rendere in qualche modo pubblica questa collezione, di mostrarla, e attraverso di essa indicare la possibilità/necessità di uno sguardo aperto alla varietà delle esperienze.
L’acquisto di Palazzo Butera risponde proprio a questa esigenza. Con il suo aspetto un po’ délabré il palazzo è stato il punto zero da cui ha preso le mosse un progetto complesso e articolato, che ha trasformato il desiderio di grandiosità e l’arroganza dei principi, che tra Seicento e Settecento hanno voluto questa reggia che, con un fronte lungo 110 metri e uno sviluppo di 7000 mq, toglieva ai cittadini visibilità del mare, in uno spazio aperto al pubblico e attraversato da un percorso che ricuce il rapporto tra il mare e questa parte della città: una porta aperta sul Mediterraneo”.

Sul piano concreto, cosa lascia il nuovo Palazzo Butera a Palermo?
“La dimostrazione che l’intervento su un contesto complesso e rischioso è possibile con ottimi risultati. Ciò modifica l’immagine che la città proietta verso l’esterno e, al contempo, diviene un possibile modello di riferimento offerto come incoraggiamento ad altre realtà private – italiane ma soprattutto straniere – ad affrontare interventi analoghi. Un dato molto positivo da sottolineare nella nostra esperienza è stata la sintonia di intenti riscontrata tra noi e il Comune e la Sovrintendenza nell’impostare l’iter di progetto.
Nella prospettiva della trasformazione di una grande residenza storica privata in un bene pubblico condiviso con la collettività, fin dall’inizio del cantiere nel 2016 la risposta da parte di queste istituzioni è stata positiva e si è tradotta in un’accelerazione-semplificazione delle procedure burocratiche-amministrative per le autorizzazioni, abbastanza rara da accordare a un privato. Ciò ha reso possibile una rapidità di esecuzione dei lavori del tutto inusuale in cantieri di questa importanza”.

Quando avete visitato le prime volte il palazzo per capire come occuparvi del restauro, quale immaginario vi ha sollecitato?
“Non una sola immagine innanzitutto. Abbiamo ascoltato quello che il palazzo aveva da dire attraverso le sue preesistenze. Ciò ha suggerito i temi su cui lavorare, ed è stato come se tutti gli interventi in seguito progettati, si fossero autonomamente votati ad estrarre le potenzialità latenti nell’edificio. Ma ciò con un approccio non solo conservativo, bensì innovativo.
Il dialogo è sempre stato tra un dato proveniente dalla storia ed un intervento operato su di esso per poterlo tramandare nella storia. E questo intervento è diventato un fatto linguistico che, per poter funzionare appieno, deve tenere conto della nostra contemporaneità senza obliterare però la lingua originale dell’edificio”.

In quali episodi progettuali si è declinato in modo più significativo questo sforzo di non reiterare il passato, abbracciando uno sguardo internazionale verso il futuro?
“Direi in certi nodi distributivi resi diversamente funzionali con pochi e mirati interventi; in soluzioni di dettaglio architettonico che aiutano a semplificare la lettura del monumento rendendo più chiari certi rapporti; oppure in soluzioni – come quella della cosiddetta sala Radice – che, originariamente non previste, sono nate dalla scoperta di situazioni inconsuete che si sono tradotte in spunti progettuali.
A conferire unità e riconoscibilità agli interventi è stata poi la scelta di utilizzare per essi, pochi materiali: il ferro lasciato al naturale e il calcestruzzo levigato.
Il primo di questi è stato utilizzato per i nuovi portoni, per le nuove scale, e anche per l’arredo dei cortili. Il secondo è stato impiegato invece per la realizzazione di tutti i nuovi pavimenti degli spazi espositivi a piano terra. Entrambe queste materie comunicano una inaspettata morbidezza di toni che si armonizza con le antiche pietre. In sintesi, c’è stata una commistione che produce un risultato di consonanza su un piano diverso.
Siamo poi stati favoriti anche dal fatto che il palazzo ha una struttura distributiva – uno scalone monumentale in marmo rosso inizialmente realizzato sulla base di un disegno di Giacomo Amato, forse il maggiore degli architetti del barocco palermitano, e una scala di servizio collocata sul lato opposto rispetto allo scalone – che lo rende facilmente adatto ad una riconversione in sede museale/fondazione aperta alla fruizione pubblica.”

Alla deadline del cantiere, nel 2019, come sarà articolato il complesso?
“Su tre livelli verso il mare e su cinque verso la città (considerando i due ammezzati). Un piano terra destinato a mostre temporanee (prevalentemente di arte contemporanea ma non solo), con spazi per le attività didattiche e una zona di ristoro. Un primo ammezzato, con quattro ambienti di accoglienza-residenza per studiosi e artisti.
Un primo piano nobile – escluso per ora dal percorso di visita pubblico – dov’è la residenza privata di Francesca e Massimo, che integrerà spazi riservati a progetti site-specific di artisti contemporanei nell’ottica compiuta della casa-museo (all’interno di questi, la cosiddetta Sala Gotica oggetto dell’intervento di Anne e Patrick Poirier è stata solo il primo esempio) a fianco di isole che ospiteranno convegni, work shop e summer school.
Al secondo piano nobile ci saranno invece le sale dedicate all’esposizione della collezione di Francesca e Massimo Valsecchi. Poi, il secondo ammezzato comprenderà altri quattro generosi mono-vani abitativi uso foresteria e un percorso – aperto al pubblico – tra le capriate e le travi in legno dei sottotetti restaurati, che resta un’esperienza tra le più interessanti nel tutto tondo circolare del percorso di visita”.

Palazzo Butera gode di 118 finestre con meravigliose viste sul golfo di Palermo. Come è stato affrontato il tema del rapporto con un paesaggio forte e protagonista, cantato da personaggi del calibro di Goethe?
“L’incredibile belvedere esterno ci ha regalato delle suggestioni che sono diventate stimoli progettuali, idee di nuovi percorsi, spazi e cannocchiali visivi. Certo, uno dei problemi sarà quello di non distogliere l’attenzione dei visitatori dall’arte. Il cantiere prima o poi finirà, ma il museo resterà un work in progress. Si adeguerà in base alle opere che ospiterà, anche di ritorno, come quelle che i Valsecchi hanno prestato al Fitzwilliam Museum di Cambridge e all’Ashmolean Museum di Oxford. Confidiamo in loro!”.