Millennial Déco

Come il movimento artistico degli anni Venti univa l’estetica astratta dell’era industriale alla forma ornata della tradizione artigianale, così oggi il ‘millennial design’ lega il senso dell’immaterialità digitale al gusto per la solidità sinuosa dell’ornamento

 

di Stefano Caggiano

 

Fin dall’inizio della sua storia, risalente all’ultima fase del diciannovesimo secolo, il design ha sempre presentato un panorama diviso, segnato dalla contrapposizione tra il filone razionalista da un lato, che dava corpo alle esigenze estetiche del nuovo spirito industriale, e il filone artistico dall’altro, che ereditava lo spirito ancora propositivo della tradizione artigianale.

All’interno di questo quadro ‘dialettico’ l’Art Déco presentava una posizione del tutto originale, sorta tra gli anni Venti e Trenta del Novecento dall’unione del formalismo geometrico, proprio del gusto moderno, e il decorativismo ornato, mantenuto in vita dall’onda lunga del Romanticismo.

Invero, ciò che rende interessante l’Art Déco è proprio la sua sintesi non riuscita – e per questo instabile, tesa, vibrante – tra il nuovo razionalismo industriale e il decorativismo tardo-ottocentesco: tra la severità ‘maschile’ della macchina e l’accoglienza ‘femminile’ del fatto a mano, tra il geometrismo della ragione e la figuratività dell’emozione, che nel Déco si incontrano senza fondersi, fornendo il riscontro visivo a una società con la mente nel futuro e il cuore nel passato.

Oggi un nuovo Déco emerge nel panorama del design, portatore di un’esperienza d’arredo espressione della sensibilità estetica di una nuova generazione che, in questi anni, si sta affacciando al mondo (e al mercato) del design: la generazione dei Millennials, coloro cioè che hanno raggiunto l’età dell’emancipazione (e del potere d’acquisto) nel momento di passaggio dal vecchio al nuovo millennio.

Nati tra l’inizio degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta, i Millennials (detti anche generazione Y) mostrano caratteri del tutto peculiari tanto rispetto alla generazione X, che li ha preceduti, quanto rispetto alla generazione Z, che li segue.

Nativi post-moderni ma adottivi digitali, i Millennials prediligono infatti un’estetica sul crinale, in bilico tra il passato industriale dell’arredo e il futuro immateriale del progetto. È questo il linguaggio di una seduta come La Redonda, degli spagnoli Bodegón Cabinet, e della collezione Orbit di studio Bohinc, oggetti in cui il corpo d’arredo, plasmato da un solido gusto per l’ornamento, trascende verso i nuovi codici grafici della smaterializzazione digitale, evocata nel gusto ma non dichiarata nella forma.

Il Millennial Déco racconta di una sensibilità aperta al futuro wireless ma accomodata nei toni dolci di una domesticità morbida, quasi leziosa, in cui la rivoluzione tecnologica non ha fatto irruzione ma è entrata con garbo, cablando la fibra ottica come gli artisti Nouveau cablavano i loro colpi di frusta ornamentali, mentre si sceglieva la palette cromatica degli interni.

È in questa dimensione che vivono progetti come Kodi, poltrona disegnata da Andrea Arena per Bontempi Divani, e Sophie, di Federica Biasi per Gallotti&Radice, masse morbide ed eleganti il cui corpo tende all’astrazione non perché abbia respinto il decoro, ma perché lo ha assorbito e sublimato facendo del proprio corpo ornamento.

Sono prodotti, questi, da mettere in risonanza con i raffinatissimi (nel senso 2.0 del termine) complementi d’arredo del brasiliano Pedro Paulo Venzon, per esempio il tavolino Bamba e la panca domestica Solteira. È infatti proprio il contrappunto tra la tenerezza ‘transizionale’ degli imbottiti e l’astrattezza ‘mistica’ degli elementi a struttura lineare a mostrare con maggior vividezza la cifra estetica del Millennial Déco. Di un linguaggio cioè materiale ma anche immateriale, caldo ma algido, ornato ma astratto, invisibile ma percepibile: come le esperienze digitali.

Generazione di post-giovani cresciuti senza mai diventare adulti (si veda “La mente liquida” su Interni di dicembre 2018), i Millennials mostrano una personalità agile e allo stesso tempo ingessata, che ha trovato il modo di convivere con la fragilità del futuro accoccolandosi nel presente continuo di un mondo in cui locale e globale sono intercambiabili.

Ecco perché, a differenza dei lori padri, ai Millennials interessa poco il design come ‘possesso’, mentre sono fortemente attratti dal progetto come ‘esperienza’, in linea con il contesto antropologico materialmente leggero e digitalmente pesante in cui vivono.

Ed ecco allora che la proposta di Flowing Furniture dello studio SML, e il decorativismo attentamente misurato dello specchio The Happy Room di Cristina Celestino per Fendi, riflettono il volto di una generazione anticonvenzionale ma quieta, adulta ma bambina, che si sente a casa in un panorama domestico reale nella struttura ma ‘giocattoloso’ nel sapore, fluente nelle prestazioni ma poroso nella temperatura estetica.